Siamo abituati a pensare che gli smartphone di casa Google, i Google Pixel, siano i dispositivi che offrono la migliore  “Pure Android Experience”  agli utenti, perché realizzati dalla stessa Big G che ha dato “i natali al Robottino Verde Android” e ne delinea le linee guida del sistema operativo a cui tutti si adeguano.

Ma non è così !!!! Perché ci sono smartphone presenti sul mercato che consentono di godere molto più degli smartphone Google Pixel della Pure Android Experience, ovvero Android Stock, come mamma Google l’ha fatto.

Come sempre non è tutto oro quello che luccica e oggi vi sveliamo il perché.

Prima di addentrarci nei dettagli e darvi delucidazioni in merito sul perchè i Google Pixel non adottano Android Stock, è bene forse spiegare meglio a tutti coloro che non masticano il modding cosa vuol dire disporre di un dispositivo che offra la Pure Android Experience, ossia Android Puro senza fronzoli e orpelli vari.

Android, come avrete avuto modo di conoscere, è un sistema operativo multipiattaforma open source, cosa che ormai anche le pietre  hanno imparato.

In informatica, il termine inglese open source significa sorgente aperta e  indica un software di cui gli autori (più precisamente, i detentori dei diritti, nel nostro caso Google)  rendono pubblico il codice sorgente, favorendone il libero studio e permettendo a programmatori indipendenti di apportarvi modifiche ed estensioni.
Questa possibilità è regolata tramite l’applicazione di apposite licenze d’uso. Il fenomeno ha tratto grande beneficio da Internet, perché esso permette a programmatori distanti di coordinarsi e lavorare allo stesso progettoWikipedia
.

AOSPCon ogni nuovo aggiornamento del sistema operativo Android viene rilasciato anche il relativo  codice sorgente chiamato in gergo AOSP che sta per Android Open Source Project, codice dato in pasto agli sviluppatori delle varie aziende produttrici ( non solo Samsung e company ma anche Google), per adattarlo come un bel vestito ai propri dispositivi personalizzandoli con le proprie interfacce.

Quindi d’ora in poi quando sentirete dire da qualche vostro amico o conoscente che il suo smartphone  gode della Pure Android Experience, ovvero Android Stock, vorrà dire che è un dispositivo che non è stato modificato da terze parti ed è dotato unicamente del codice sorgente AOSP, quindi privo di qualsiasi interfaccia e applicazioni personalizzate delle case costruttrici.

Fino a quando non arriverà Android 8.0 Oreo e Project Treble, la maggiorparte dei dispositivi in commercio non sono in grado di poter eseguire il codice sorgente AOSP senza che il produttore apporti alcune modifiche al terminale: l’integrazione dei componenti hardware interni allo smartphone o tablet e l’aggiunta di un’interfaccia proprietaria, il cui codice non è open source e non viene rilasciato insieme alla sorgente AOSP.

Il rovescio della medaglia di avere in dote un dispositivo unicamente AOSP  è la mancanza delle Google App che in molti casi sono forniti direttamente dal produttore  per consentire alla maggior parte di poter godere di tutte le app di cui necessitiamo oggigiorno.

Eppure sul mercato vi sono dispositivi che si avvicinano molto ad offrire L’Android Pure Experience, ma visto che non hanno messo mano al sistema operativo ed è basato su AOSP, integrato solo con alcune app proprietarie, non possiamo definirlo tecnicamente Android Stock.

Tra questi annoveriamo gli smartphone Nokia a cui sono state aggiunte esclusivamente applicazioni di sistema, l’ Essential Phone  che si differenzia solo per l’applicazione proprietaria dell’app fotocamera e di alcune impostazioni ad hoc per quest’ultima.

Android One ProjectProseguendo nella lista dei dispositivi quasi puri, troviamo la serie di smartphone Android One, ovvero tutti quei telefoni prodotti in collaborazione con Google per consentire anche ai paesi in via di sviluppo di godere delle nuove tecnologie a basso costo. Per finire vi sono alcuni produttori cinesi di smartphone che iniettano il codice sorgente Android  all’interno dei loro dispositivi con l’unica e sola accortezza di rendere il tutto compatibile e funzionale con l’hardware del dispositivo.

Molti di voi adesso si chiederanno se sia più facile realizzare un aggiornamento android per uno smartphone con Android Stock oppure uno con interfaccia prioritaria. A rispondere a questa domanda lasciamo che sia un ingegnere di Essential, molto più autorevole di noi a fornire una spiegazione:

Amo questa domanda perché mi dà l’opportunità di darvi un’idea di come funzioni il tutto. Quando Google rilascia una versione AOSP non è come quando viene rilasciata una nuova versione di Windows e si può installarla sul  PC lo stesso giorno.

Prima di aggiornare un dispositivo Android all’ultima release c’è una mole di lavoro  che attende gli sviluppatori che porta via un bel po’ di tempo prima che possa riceverlo. In primis bisogna integrare tutta la componentistica hardware  all’interno del codice sorgente AOSP per farsi che tutto fili liscio senza intoppi.

Nonostante il Pixel 2 e l’ Essential PH-1 condividano lo stesso processore Qualcomm Snapdragon 835, entrambi hanno detto parti  closed-source che non vengono rilasciati all’unisono con il rilascio del codice sorgente AOSP.

Dopo aver completato l’integrazione del sistema.operativo con la componentistica hardware è necessario eseguire il debug di nuovi problemi e stabilizzare gli errori di secondo ordine, come la durata della batteria e le prestazioni.

Dopo essersi assicurati che è tutto a posto si procede con il ripristino della personalizzazione  dell’interfaccia proprietaria  per poi  distribuirla agli utenti.Rebecca

I Google Pixel al loro interno non sono più puri AOSP.

Dopo aver spiegato cosa significhi avere tra le mani un dispositivo che offre la Pure Android Experience è facile intuire che  nessun dispositivo in commercio (compresi i Google.Pixel) esegue l’AOSP così come Big G lo rilascia, ma vengono apportate le necessarie modifiche anche se di piccola entitá per far sì che il sistema operativo  funzioni correttamente.

La stragrande maggioranza degli utenti Android, ovvero quelli meno smanettoni e  poco dediti al modding, è convinta che gli ultimi smartphone Google, la serie Pixel, conservi la stessa filosofia che ispirò la serie Nexus, che rappresentavano per antonomasia i dispositivi provvisti della Pura Esperienza Android, ormai estinta come i dinosauri ( qualcuno sopravvive ancora 5X e 6P). Quello che un tempo era, oggi purtroppo non lo è più.

Spulciando all’interno dei dispositivi Google Pixel e Pixel 2 vi troviamo una serie di applicazioni esclusive e componenti aggiuntivi che non hanno nulla a che vedere con Android Stock ed il codice sorgente AOSP.

Ecco alcuni esempi di applicazioni presente e funzioni esclusive presenti all’interno dei Pixel:

  • Applicazione fotocamera
  • Applicazione telefono
  • Pixel Ambient Services (Ambient Screen e ‘Now Playing’)
  • Launcher con temi dinamici e ‘Glance Widget’
  • Applicazione Sfondi provvista di  sfondi animati esclusivi
  • Active Edge
  • Google Lens
  • Gestire le impostazioni di visualizzazione e dello schermo
  • Gesture per il lettore d’impronte digitali
  • Guida e Assistenza 24 ore  per il telefono Pixel
  • Possibilità di risolvere gli errori presenti sul dispositivo tramite Google Assistant

Queste sono solo una parte delle modifiche apportate ai Google Pixel da Big G ma ve ne sono molte altre che non sono presenti in moto nativo nel codice sorgente AOSP, e che mai verranno integrati per rendere unici i propri terminali.

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L’ interfaccia dei Pixel si avvicina quanto più possibile a quella AOSP ma ne prende le distanze con le opportune modifiche introdotte dagli sviluppatori di casa Google, gli stessi che sviluppano e migliorano il sistema operativo Android che verrà distribuito alle varie case produttrici da Google.

Nonostante il sistema operativo del Robottino Verde Android sia open source le aziende di smartphone pagano una tantum a Google per poter usufruire di Android sui propri dispositivi.

Ora sapete il perchè i Google Pixel non offrono più la Pure Android Experience che ha reso celebre i Nexus fin dagli albori.

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